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nebbia giorgio
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Non capisco: poche settimane fa chiedevamo lo stato di emergenza perché molte zone d'Italia erano sott'acqua; adesso chiediamo lo stato di emergenza perché siamo afflitti dalla siccità. Sulla superficie dell'Italia cadono ogni anno circa 300 miliardi di metri cubi di acqua. Di questa acqua circa la metà rievapora e circa la metà rappresenta la portata di tutti i fiumi, cioè l'acqua che torna al mare.
La maggiore quantità di acqua è assorbita dall'agricoltura, circa 40 miliardi di metri cubi all'anno; la richiesta dell'industria è di circa 20 e quella delle città e delle famiglie è circa 15; in totale circa 75 miliardi di metri cubi all'anno, la metà della portata annua di tutti i fiumi. Intanto avrete visto che ho usato il termine "circa" perché nessuno sa esattamente quanta acqua viene usata e da chi e da dove viene prelevata.
La legge sul riordino degli acquedotti ha lasciato in circolazione numerose imprese, ciascuna delle quali preleva l'acqua in zone "ottimali" e vende l'acqua alle città e alle imprese a prezzi che sono variabili fra il Nord (in genere più bassi) e il Sud (in genere più alti). Per lo più dove l'acqua è scarsa costa di più. Innumerevoli enti gestiscono la distribuzione dell'acqua per irrigazione in agricoltura, con prezzi irrisori. Varie società elettriche sono di fatto padrone dell'acqua dei laghi artificiali che alimentano le centrali idroelettriche.
Non usciremo dalla duplice trappola delle alluvioni e della sete se non verrà avviata una politica nazionale dell'acqua per la quale vorrei avanzare pochi modesti suggerimenti. L'acqua che cade sotto forma di pioggia o di neve scorre nei fiumi e infine ritorna al mare. Il flusso improvviso di grandi quantità di acqua in seguito alle piogge, o la scarsità di acqua nelle valli dipendono dallo stato del suolo, dalla vegetazione presente, dalla presenza di strade, abitazioni, argini artificiali, i quali lasciano scorrere l'acqua in forma violenta dopo le piogge e ne impediscono l'accumulo e la conservazione.
La prima ricetta per la salvezza riguarda quindi la difesa del suolo, prevista da una legge del tutto inattuata. Un secondo invito riguarda l'identificazione, a livello nazionale, di quanta acqua viene distribuita per usi urbani e domestici, di quanta acqua e dove va perduta e di come l'acqua viene usata; ogni operazione ha un suo "costo in acqua": quanta acqua viene usata nei gabinetti, nelle docce, nelle lavatrici, per persona e per ciascun servizio.
La diminuzione di tale costo in acqua comporterebbe il recupero, ogni anno, di molti miliardi di (ripeto, preziosa) acqua e potrebbe essere realizzata con anche modeste innovazioni tecniche negli elettrodomestici, rubinetti, reti di distribuzione, eccetera.
Lo stesso discorso vale per le operazioni industriali e agricole; quante tonnellate di acqua sono usate per produrre una tonnellata di acciaio o un quintale di patate o di grano?
Sarebbe possibile produrre gli stessi beni economici con accorgimenti per il riciclo delle acque usate, con più razionali processi di irrigazione; ciascuno di questi accorgimenti è noto e solo la pigrizia tecnico-scientifica e amministrativa e i prezzi irrisori dell'acqua ne scoraggiano l'utilizzazione. Infine ogni volta che l'acqua entra in un processo - in una lavatrice, in una fabbrica, in un campo coltivato - ne esce addizionata con sostanze inquinanti che vanno a finire nei fiumi, nei laghi o nel sottosuolo, le cui riserve di acqua non sono più adatte ad usi umani. La sete che affligge l'Italia oggi (e i prevedibili danni delle future piogge) non sono i figli di una natura ostile; la natura non è ostile. Il nemico è la mancanza di preveggenza di fenomeni naturali noti e di capacità di decidere e pianificare i rimedi.
Propongo di cambiare il nome dell'agenzia per la protezione civile in agenzia per la prevenzione; almeno nel campo dell'acqua con una buona prevenzione non c'è più bisogno di proteggere nessuno.
Giorgio Nebbia, professore emerito di Ecologia all'Università di Bari. (dal secolo xix di giovedi 30 giugno 2005