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nebbia giorgio
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Si sta rapidamente diffondendo la tesi secondo cui i mutamenti climatici, che si fanno sentire sempre più spesso, sono occasionali e certamente non sono dovuti alle attività umane.
La fragilità di tale tesi appare da alcuni fatti. Il pianeta Terra, 350 milioni di chilometri quadrati di oceani e 150 milioni di chilometri quadrati di continenti, ha una temperatura media (un numero ben diverso dalla temperatura media di Bari o Tokyo) di circa 15 gradi centigradi. Tale temperatura, caldissima rispetto agli spazi planetari esterni che sono a circa 270 gradi sotto zero, resta “abbastanza” costante perché l’energia che il Sole fa arrivare sulla superficie del pianeta è praticamente uguale all’energia che il pianeta re-emette negli spazi freddissimi circostanti.
Questa situazione è resa possibile dalla straordinaria natura dell’atmosfera, quella massa di azoto, ossigeno pochi altri gas, fra cui l’anidride carbonica e il vapore acqueo, che circonda la Terra e che lascia passare, nelle quantità “giuste”, l’energia solare in entrata e quella espulsa dalla superficie del pianeta.
Un fisico svedese, Svante Arrhenius, un secolo fa, ha scritto che se cambia la composizione chimica dell’atmosfera, e in particolare se aumenta la concentrazione di anidride carbonica, la quantità di energia che la Terra re-irraggia negli spazi esterni diminuisce e può aumentare la quantità di calore trattenuta nell’atmosfera e può quindi aumentare la temperatura media superficiale della Terra.
Simili mutamenti ci sono stati, ma sempre lentissimi, nei milioni di secoli passati; da due secoli a questa parte è rapidamente aumentata “la velocità” con cui è aumentata la concentrazione atmosferica dell’anidride carbonica che si forma in seguito alla combustione di crescenti quantità di carbone e petrolio, le fonti di energia che tengono in moto le sempre più intense attività economiche di una popolazione in continuo aumento.
Nei giorni scorsi è morto un certo Charles Keeling che ha passato 40 anni a verificare questo fatto misurando la concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera in un’isola in mezzo all’Oceano Pacifico, lontano da fabbriche, foreste, città. Le sue ostinate e regolari misure hanno mostrato che in pochi decenni la concentrazione “media” di anidride carbonica nell’atmosfera planetaria è aumentata da 250 a 350 litri in mille metri cubi di aria.
Un mutamento continuo molto forte, in brevissimo tempo che sta alterando l’equilibrio fra l’energia che entra nel pianeta e quella che esce, con un continuo aumento della temperatura media della superficie terrestre. Proprio come avviene in una serra dove si coltivano fiori o pomodori. I negazionisti, fra cui il prof. Lindzen che spesso viene in Italia a esporre le sue tesi, negano che i cambiamenti climatici --- aumento delle piogge, avanzata dei deserti, siccità e alluvioni, fusione di parti dei ghiacciai --- dipendano dalle attività umane. Le alterazioni del flusso di energia in entrata e in uscita dal pianeta dovuto alle attività umane è “appena” l’1,5 percento del totale del flusso di energia solare. Una tesi zoppicante in quanto si tratta, in realtà, di un contributo umano elevatissimo, considerata la grandissima quantità del flusso totale di energia solare. Va quindi respinta, essi sostengono, l’idea di accordi internazionali, come quello “di Kyoto”, che impongono ai vari paesi di limitare le emissioni di anidride carbonica, limitando il consumo di combustibili fossili. Ha ragione, essi sostengono, il presidente americano Bush di non aderire ad accordi che danneggerebbero la crescita economica del suo paese.
Si sa troppo poco, sostengono i negazionisti, delle complesse interazioni fra i gas immessi nell’atmosfera dalle attività umane, circolazione dell’atmosfera, il ruolo degli oceani nel trasferire il calore da una parte all’altra del pianeta, il ruolo delle foreste come assorbitori di anidride carbonica. E non è vero; le indagini sulle modificazioni climatiche sono state estese ai secoli passati, fino a quando c’erano notizie storiche attendibili; sono stati elaborati modelli convincenti sui complessi rapporti, che sono poi fatti di chimica e termodinamica, e i cui risultati sono stati controllati e verificati criticamente cercandone con cura i possibili errori. Quanto al futuro, siamo di fronte ad un crescente richiesta e uso di carbone, petrolio e gas naturale, destinati, bruciando, ad immettere rapidamente crescenti quantità di “altra” anidride carbonica nell’atmosfera, ad una diminuzione della massa di foreste e di vegetazione, che pure hanno un ruolo di depuratori dell’atmosfera dai gas responsabili dell’effetto serra. A rallentare i danni dell’effetto serra non sarà l’energia nucleare, che produce elettricità senza emissioni di anidride carbonica, ma lasciando una insostenibile eredità di scorie radioattive.
La transizione a fonti rinnovabili come il Sole e il vento e la biomassa è indispensabile e urgente, ma richiede profonde modificazioni tecniche e anche sociali. Con buona pace dei negazionisti, un rallentamento dell’uso dei combustibili fossili è indispensabile e urgente, così come è urgente decidere chi consuma troppo e chi poco e come conciliare i diritti umani dei terrestri di oggi con il diritto dei terrestri di domani di non essere travolti da frane o alluvioni o dall’avanzata dei deserti.