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verde urbanodi Giorgio Nebbia

L'attitudine di una società verso il verde è un indicatore di molte cose importanti. Se ci si guarda intorno si vedono molte persone eccellenti che senza dubbio amano il verde; le loro case sono abbellite di piante curate e costose; nelle riunioni di condominio accettano rilevanti spese per abbellire il cortile con alberi esotici. Il loro comportamento cambia completamente nei confronti del verde pubblico, degli ultimi alberelli rimasti nelle nostre strade, degli ultimi pezzi di campagna rimasti intrappolati fra le case. Il poco verde residuo viene spazzato via senza rimorsi per far posto a strade, nuovi edifici, parcheggi di asfalto, i veri segni del "progresso"!

La crisi del verde urbano in molte grandi città nasce da questa doppia attitudine, di rispettosa cura per il verde privato, strano e costoso, e di totale disprezzo per il verde collettivo. Eppure il verde urbano non è una cosa inutile, un arredo superfluo.

Un grande igienista del passato, Vincenzo De Giaxa, scriveva all'inizio del Novecento: "Con il destinare una parte della superficie stradale a giardino o ad aiuole, precedenti le case che prospettano sui due lati delle vie, con l'alberare queste e con il situarvi strisce di giardini, indi con le piazze-giardino e con i vari giardini e parchi pubblici, si crea il verde sanitario della città, cui oggi si ascrive il meritato interesse dell'igiene urbana e anche dell'estetica".

viale alberato urbanoOgni città dovrebbe perciò avere, chiedere, rispettare, aumentare il verde nelle strade, in qualsiasi spazio accessibile al pubblico, in qualsiasi ritaglio di spazio privato, intorno agli uffici e alle fabbriche. Il verde è, infatti, il principale depuratore dell'aria: attraverso il processo fotosintetico qualsiasi pianta verde è capace di eliminare dall'atmosfera l'anidride carbonica che vi viene immessa da tutti i fenomeni di combustione, dagli impianti di riscaldamento alle automobili, alle industrie.

La fotosintesi consiste, infatti, proprio nella capacità delle piante di far combinare insieme, con l'energia fornita dal Sole, l'anidride carbonica e l'acqua "fabbricando" nelle foglie nuove sostanze organiche. La forza vitale delle piante è straordinaria; anche nelle condizioni più ostili le piante sono capaci di crescere traendo le sostanze nutritive anche dai piccoli depositi di polvere e di terra che si infiltrano negli angoli delle strade, fra i mattoni o le pietre.

Oltre all'anidride carbonica le piante sono capaci di trattenere molte altre sostanze nocive presenti allo stato di gas, ma soprattutto di polveri, nell'atmosfera. Una ricerca sull'ecosistema urbano di Roma, condotta molti anni fa, ha mostrato che le foglie delle piante dei viali avevano trattenuto una parte del piombo e degli altri metalli immessi nell'aria dall'inquinamento fissandoli nelle foglie e riducendo così le polveri nocive assorbite dai polmoni degli esseri umani che vivono nella città.

John Evelyn, uno studioso vissuto in Inghilterra nel 1600, propose di diminuire l'inquinamento di Londra dovuto al carbone, che già allora si usava in abbondanza, circondando la città di una cintura di alberi d'alto fusto capaci di filtrare i fumi puzzolenti, dimostrando di aver ben compreso la capacità disinquinante della vegetazione.

Altrettanto importante è il fatto che il verde urbano, nel suo processo vitale, libera anche continuamente ossigeno, il gas essenziale per la vita che è consumato durante la combustione della benzina, del gasolio, del metano nei mezzi di trasporto e negli impianti di riscaldamento.

viale alberato urbano 1In una zona ricca di Sole come l’Italia le piante spontanee - lecci, olivi, pini, carrubi - sono sempreverdi e perciò in grado di svolgere durante tutto l'anno la loro funzione di depurazione e riossigenazione dell'atmosfera. Queste sono le piante che, in armonia col paesaggio naturale, dovrebbero essere diffuse e gelosamente protette nelle nostre città insieme ad altre piante spontanee come le robinie e le ginestre, tipiche delle zone aride, ricche di foglie e bellissime. Di robinie, per esempio, sono ornati molti viali e molte strade di Roma, con un effetto molto gradevole.

Alle virtù delle piante nella città va aggiunta la proprietà di dare ombra, un bene particolarmente prezioso d'estate nei paesi caldi, di filtrare e attutire il rumore, e infine di fornire bellezza, una cosa così preziosa e rara, che spesso si manifesta, quasi a sorpresa, nei posti più impensati, sui muri delle case invasi da rampicanti, nell'angolo di un cortile.

Tutte virtù salutari particolarmente importanti per gli strati più deboli della popolazione urbana, quelli dotati di minore mobilità, i bambini, i ragazzi, gli anziani. I metri quadrati di verde urbano disponibili per ciascun abitante in una città sono una misura anche del modo in cui la città è sorta, è cresciuta, viene rispettata.

La crescita disordinata della città nel dopoguerra ha spazzato via ogni spazio che non avesse valore monetario; i giardini sono diventati parcheggi o garage, ogni superficie occupata da verde "inutile" è stata edificata; perfino i pochi alberelli che affiancavano alcune strade sono stati soffocati nell'asfalto e poi gradualmente sradicati per far posto alle automobili in sosta.

Il mito delle città di cemento e asfalto, piene di luccicanti automobili, è stato creato non certo nell'interesse degli abitanti, ma per ricavare il massimo profitto da ogni metro quadrato di spazio. Che cosa conta se i bambini devono giocare a pallone in mezzo alle pietre, se le mamme devono scavalcare le automobili in sosta sui marciapiedi per far passare le carrozzine con i figli? La distruzione del verde è un altro aspetto della violenza urbana, per cui la città stessa alla fine si rivolta contro i suoi abitanti, impedendo la circolazione dei mezzi di trasporto, diventando quasi inaccessibile.

La violenza dei ragazzi che strappano la borsetta alle signore o che forzano le macchine in sosta è del tutto simile a quella che è stata esercitata quando è stata tollerata la crescita di un orribile agglomerato di case senza luce e senza verde, senza spazi per giocare, per incontrarsi, per camminare: i marciapiedi, come dice il nome, dovrebbero essere fatti per chi va a piedi, non per le automobili in sosta. La battaglia per il verde è quindi una battaglia per ottenere che la collettività ridiventi padrona degli spazi in cui stare insieme, dell'aria non inquinata, del diritto al silenzio.

Ricordo che molti anni fa, quando si celebrava ogni anno la giornata dell'ecologia nelle scuole, ho partecipato con i ragazzi di una Scuola media alla messa a dimora di alcune pianticelle in un cortile: i ragazzi erano pieni di entusiasmo, speravano di vedere crescere, insieme a loro, i virgulti trasformati in alberi. Ho poi saputo che dei passanti, per disprezzo e stupidità, avevano strappato le pianticine, vanificando un piccolo ma importante atto di fiducia nel futuro, nella natura, nella vita.

nebbiagiorgioQuesto episodio di violenza mi viene alla mente ogni volta che vedo il comportamento di tante persone verso il verde pubblico, quasi una forma di odio e di disprezzo: eppure, come ricorda Alfieri nella "Vita", anche noi affondiamo le radici in un mondo naturale dalla cui integrità dipende la nostra stessa salute. L'odio per il verde è come odio verso noi stessi.

Cerchiamo di ritrovare i valori da cui dipende la nostra sopravvivenza, cerchiamo di ristabilire un nuovo rapporto di amicizia con la natura, col verde, con gli altri abitanti della città. Chiediamo agli amministratori di ampliare gli spazi verdi con prati e alberi spontanei del nostro paese; chiediamo ai nostri concittadini, nelle scuole, nelle parrocchie, nei posti di lavoro, nei partiti, di rispettare il verde in quanto bene di tutti.

Giorgio Nebbia