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nebbia giorgio
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giorgionebbiadi Giorgio Nebbia

Può sembrare una sterile liturgia ricordare, ogni anno, in piena estate, i bombardamenti di Hiroshima, avvenuto il 6 agosto, e di Nagasaki, avvenuto il 9 agosto di 69 anni fa, le due città distrutte in pochi minuti con 200 mila dei loro abitanti dal lampo di due bombe atomiche, due ”piccole” bombe atomiche ciascuna con un potenziale distruttivo equivalente a quello di 15.000 chili di tritolo. Per chi ha venti anni oggi è un evento lontano, citato nei libri di storia, più o meno come era lontana per me, quando avevo venti anni, la prima guerra mondiale. E poi, duecentomila morti, che cosa sono mai ? abituati come siamo a sentire parlare di morti a diecine di migliaia per volta in questo o quell’altro paese del mondo.

Ma i morti delle città giapponesi sono stati diversi, perché dovuti ad un’arma diversa dalle altre, il cui incubo non ci ha mai abbandonato, e che si riaffaccia in tutti i conflitti a cui assistiamo tutti i giorni. Pensiamo a quello fra Israele e la Palestina, con razzi che si avvicinano alla città segreta di Dimona nel deserto dove vengono fabbricate le bombe nucleati israeliane; ai conflitti sui territori di confine fra India e Pakistan, tutti e due dotati di bombe nucleari; alle contese fra Cina e India, tutti e due dotati di armi nucleari, per il controllo delle acque del Brahmaputra; a controversie fra le tre grandi potenze nucleari, Stati Uniti, Russia e Cina, per il controllo di qualche territorio o di qualche materia prima in qualche parte del mondo.

Nonostante gli accordi per la diminuzione degli arsenali nucleari, le bombe nucleari ancora presenti nel mondo. Sono oltre 15.000, con potenze distruttive che arrivano a valori equivalenti a quelli di alcuni milioni di tonnellate di tritolo. Ancora più preoccupanti sono le possibili conseguenze ambientali di uno scambio, anche limitato, di bombe nucleari fra due stati. Dal 1948, quando Stati Uniti e Unione Sovietica hanno cominciato ad avvertirsi reciprocamente, con esplosioni nell’atmosfera, sui deserti o negli oceani, della potenza delle proprie bombe nucleari, prima a fissione e poi a fusione (le bombe H), l’opinione pubblica è stata dibattuta fra tre alterne posizioni.

La credenza che un bombardamento nucleare avrebbe posto fine vittoriosamente a qualsiasi conflitto - una credenza alimentata da quello che Eisenhower, un presidente degli Stati Uniti, definì, nel 1961, il complesso militare-industriale, che fa soldi fabbricando e vendendo armi. Il demone della tentazione di ”vincere” una guerra o di fermare un conflitto con qualche bomba atomica non ha mai abbandonato la mente dei più oltranzisti vertici militari di molti paesi. Altri credono che basti il possesso di armi nucleari per dissuadere qualsiasi altro paese ad usare a sua volta le proprie, la insensata teoria della “deterrenza”. Per fortuna un’altra parte (anche se limitata) dell’opinione pubblica è consapevole del pericolo anche solo dell’esistenza delle armi nucleari.

Una parte degli scienziati che conoscono i caratteri e le conseguenze delle bombe nucleari è stata attiva nel denunciarne i pericoli e ha ispirato vari libri e film. Fra questi ultimi si possono ricordare “L’ultima spiaggia”, diretto nel 1959 da Stanley Kramer, che descrive un paese in cui, dopo un “accidentale” scambio di bombe nucleari, sta arrivando la morte per la radioattività che ha già estinto la vita nel resto del pianeta; sono del 1964 i due film “A prova di errore”, di Sidney Lumet, in cui le capitali Washington e Mosca sono distrutte perché i bombardieri nucleari sono sfuggiti a qualsiasi controllo, e “Il dottor Stranamore”, di Stanley Kubrik, in cui uno scienziato psicopatico vuole, e riesce a, distruggere il “nemico”, e insieme il mondo, con la “sua” bomba H. Il film “Il giorno dopo”, del 1983, mostrava come diventerebbe il mondo in seguito all’esplosione di bombe nucleari.

Intanto, a partire dal 1980, vari gruppi di studiosi hanno messo in evidenza che l’eventuale esplosione di bombe nucleari non solo immetterebbe nell’atmosfera grandi quantità di elementi radioattivi che ricadrebbero nelle acque degli oceani e sulle terre emerse, contaminando la vegetazione, gli animali, le acque dei fiumi e dei pozzi, ma provocherebbe anche vasti incendi e farebbe sollevare dal suolo grandi masse di fumi e polveri che oscurerebbero il cielo filtrando una parte dei raggi solari; la temperatura del pianeta si abbasserebbe provocando un lungo e freddo “inverno nucleare”, con minori raccolti agricoli e con la diffusione della fame fra i sopravvissuti all’effetto diretto delle bombe. Il contrario del “riscaldamento” della Terra con cui stiamo facendo i conti adesso, dovuto all’inquinamento atmosferico e che provoca piogge torrenziali e siccità.

Alla fine di ogni anno l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approva, sostenuta della maggioranza dei paesi, una mozione che chiede l’eliminazione di tutte le armi nucleari e ogni anno la sua attuazione viene bloccata. Il film “L’ultima spiaggia” finisce con l’immagine di una città senza vita in cui sventola uno striscione con su scritto: “C’è ancora tempo, fratelli”: è vero, “saremmo” ancora in tempo, se volessimo, ad evitare catastrofi nucleari ambientali e umane.

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